Poesie

Le tiepide evidenze

Appena uno sparo, attimo amaro
sorprendente e sorpreso
disceso.
 
E già non ricordo il suo nome
e già si confonde con tiepido andare,
con una matita
riposta al suo posto,
scrivania e dimora,
con la stagione calda, che stenta a scaldare,
con la mano di un uomo assassino,
cavaliere e cavallo
sul sentiero di un bosco malato.
 
Si trascina uno sparo,
è offeso dal tempo,
striscia e si mischia al terriccio
disteso.
 
E il bianco è un attore superbo
vestito da mille colori,
si muove coi gesti del palco,
padrone di un mondo incantato.
 
Non c’è Paradiso
per le cose perdute,
per tutto ciò che non ha nome,
non c’è che uno sparo;
s’infrange sul fondo del palco
coperto dal nostro creare
o dal nostro negare.
Le tiepide evidenze.

L’ascesa

Io sono deceduto,
tra le ricolme disattese speranze
tra le labbra scivolose e dimenticate in lontananza
tra il battito assordante e muto di ogni esile passo.
 
Io sono deceduto,
in questa guerra, persa e fiera, contro la totalità del nulla
in una pozzanghera poco profonda, annegato
in un docile passo di danza appreso, e obliato.
 
Io sono deceduto,
con la forza forte vicino alle mani, ma fuori dal corpo
con l’apriscatole ben adoperato a scoperchiare l’encefalo piatto
con le crepe lungo il viso appassito dal furore.
 
Io sono deceduto,
sotto la leggerezza, sopra i tetti
sotto la mia matita, sopra il mio lampadario
sotto un petalo e sopra l’ombrello.
 
Restano i cocci.
 
Eccoti, arrivi a passo lento
raccogli i cocci
e componi la tua creazione.
 
Eccoti, esiste solo più il tuo respiro
raccogli i cocci
e componi la tua creazione.
 
Eccoti, decidi e deduci
distruggi i cocci
e componi la tua creazione.
 
Non sono mai stato così fiducioso
che tutto quanto, tutto quanto
andrà certamente a buon fine.

Versi di Patroclo Pirittu

Nascondersi, ma non sparire:
ecco che non vado in nessun luogo,
non sono qui in qualche attesa,
solo un soffuso alitodi ogni cosa,
solo una melodia
mi parla ma non so ricordare.
Rincorrevo, per non nascondermi,
in una danza sconnessa cavalcando il silenzio,
mentre tutti vedevano di me
solo le dissonanze, di me come del mondo.
Sapere, ciò che non si può imparare:
ecco come di un albero la chioma
è d’argento, il fusto bianco porpora,
la radice groviglio di serpi.
Ridevo e ridevo, per non nascondermi,
in una danza convulsa piegando il corpo,
mentre tutti vedevano di me solo le dissonanze,
di me come del mondo.
Andare tanto lontano ma piano, lentamente,
ed ecco come s’accoglie la mente:
né molto e né niente.

Andare e venire

Troppe cose da fare

ANNOIATO
e sensuali
due bottiglie, ci sono, identiche
restano sul mio tavolo
nella città in cui son naufrago
Mi attendono
il collo umido e schiuso
E non mi muovo, ancora
e NON RIESCO a scrollarmi di dosso
i giochi dell’ultima notteDIVORATORE ERRABONDO
leggevo nell’aria gli odori vermigli
nella sala INFUOCATAinconsunto e indeiscente
il sapore amaro
mentre ognuno offriva timido i suoi dolciumi.Somiglianze, inversamenteA nulla più somigliante.
D’imbalsamati animali e gabbie,
di questi sordi modi,
tu, la responsabile.

E ogni giorno quattro risvegli
privi di scopo, o analogie.
Quattro lune, quattro testi muti
a insanguinare il doppio di pagine.
Quattro stagioni, quattro bestie destinate
ai tempi di pace.

E a nulla giovi qualsiasi potenziamento
e accordi e tregue e venti di guerra
e or tu vivi, sebbene ancor manchino
quel timido gallo dell’ultima alba
e l’umana esistenza,
ancor sotto i piedi tuoi scalzi.

Di significato densi,
come riassunti, i chiari tuoi seni,
in bianca cornice
e marmorei.

Ricordo, naufragai precedentemente,
nell’oltraggiosa sofferenza, di te pervasa.
senza sospetto, non controllato, né avviso,
in questo momento, mai atteso,

non disturbarmi.

Poesia fuori firmamento

Nel maestoso ammaestrato firmamento
immaginava sottile e lieve esser frescura
la grazia che mai rese grazie
la gioconda che mai imparò a giocare
lo stormo dei delatori che mai fu sterminato

solleviamo a mezz’aria
ogni possibile dubbio
a ogni riguardo
e attendiamo
e attendiamo

e

poi

attendiamo

Nostalgica smemorata
attonita affranta
immaginava dell’ombra esser luce scura
la parola che mai fu atto
la sagoma che mai fu forma
la lama che mai fu arma

Pressiamo nel pozzo di cartelle mal stivate
ogni possibile inadeguato giovamento
godendo di funestri funesti ininterrotti coiti
nella cartella dei dubbi
fissata a mezz’aria

virtualmente

adeguiamo
i piedi ai passi
e i caratteri allo schermo
sempre più appiattito
stirato

e attendiamo

Anima
che infondi nettare e miele
accorri
e calpesta
ti appiattisci fino a svanire
nel bianco che mai fu bianco
nel gioco che mai fu gioco
nel poco che mai fu poco

e destiniamo
il sorriso al passato
e destiamo
imprecisate attenzioni
e detestiamo
ogni rancore

ma siamo immobili
fermi a quel ricordo
di qualcosa
che forse mai è esistito.

Din don sulla mezzanotte o quasi

Non c’è gianluca, nessuno ti risponderà
inutile chiamare, inutile il gioco del tentarmi
perché ricercare lungo esili trame?
perché affaticarsi ogni insegnamento ad imparare?
è un calice piccolo il nostro
mentre tutto ci richiama all’apprensione
affollare rarefatte distanze
senza la quiete
non c’è gianluca, chi ti risponderà?
chiama, chiama
ma non mi tenti
non ho più la corsa mia di un tempo
sono sfiancato, e sopra il celato patibolo
il vecchio stregone ha contato i primi rintocchi
presto la mezzanotte
chiamami, ti prego, chiamami adesso
non ho che da ascoltare
trame sottili
le voci di chi non ha da insegnarmi
poiché senza orecchie

questa non è poesia, nulla ha della poesia
non lo chiedo infatti
nulla ha fuorché questo:
gianluca non c’è

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